Chi ha bisogno di una sinistra nazionalizzatrice, con questa destra? Il governo ha varato una bozza di disegno di legge delega "per il rafforzamento di ospedali e territorio". Obiettivo del provvedimento, secondo le dichiarazioni del ministro Orazio Schillaci, è "avere un sistema più efficiente e moderno potenziando la tutela della salute nel rispetto dei principi di equità, continuità assistenziale e umanizzazione delle cure, valorizzando la centralità della persona". Quindi, ci si aspetterebbe un attento esame del sistema finalizzato a individuarne gli elementi di forza e quelli di debolezza, al fine di valorizzare gli uni e correggere gli altri.
Sarebbe un'ottima idea e c'è un solo modo per raggiungere tale risultato: potenziare gli elementi competitivi, che consentono di confrontare le diverse prestazioni e premiare chi è in grado di erogarle con la migliore qualità o a costi inferiori. Le bozze contengono una previsione che, all'apparenza, sembrerebbe andare in tal senso: la creazione di "ospedali di terzo livello", cioè le strutture di eccellenza "a livello nazionale con bacino di utenza nazionale e sovranazionale". Senonché, contrariamente a quanto attualmente previsto dal regolamento sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera, la delega introduce una incomprensibile distinzione in base alla natura giuridica delle strutture: infatti, potranno essere qualificati come di terzo livello solo gli ospedali pubblici e "le strutture in cui la titolarità e la gestione delle attività assistenziali siano direttamente e integralmente riconducibili a fondazioni, associazioni o altri enti privati, anche a carattere religioso, che operino esclusivamente senza scopo di lucro, ovvero a enti ecclesiastici civilmente riconosciuti". Detto in termini più banali: gli ospedali privati for-profit, seppur convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, non potranno essere riconosciuti come eccellenze. E ciò a dispetto del fatto che, ogni anno, le statistiche Agenas restituiscano un'immagine molto diversa del paese, in cui spesso le prime posizioni nelle diverse discipline sono occupate proprio da queste strutture.
Che senso ha tutto ciò? Se l'obiettivo è valorizzare l'eccellenza a beneficio dei pazienti, allora occorre trattare allo stesso modo tutti coloro che possono offrire le cure più efficaci, sono tecnologicamente più avanzati, trattano volumi maggiori di pazienti o hanno risultati clinici migliori. Tra l'altro, poiché i fondi alla sanità convenzionata sono erogati sulla base di tariffe specifiche per le prestazioni, il fatto che alcune strutture riescano a fare meglio a parità di contributi - se non addirittura a contributi inferiori, dal momento che le strutture pubbliche godono spesso di trasferimenti aggiuntivi slegati dalle prestazioni - dovrebbe essere visto come un modello da seguire, non una condotta da punire. Se, viceversa, si usa la retorica del merito per sussidiare chi non è in grado di rispettare il vincolo di bilancio, allora si sta confondendo l'eccellenza con l'assistenzialismo e il diritto dei cittadini a essere curati con il preteso diritto delle strutture pubbliche o religiose di essere salvate (e non sarebbe una novità).
La sanità è un settore cruciale per la qualità della vita e non si fa altro che lamentarne il sottofinanziamento: la cosa peggiore che si possa fare è legittimare gli sprechi facendo figli e figliastri.
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